AFFIDAMENTO IN PROVA AL SERVIZIO SOCIALE: ESCLUSIONE DELL'ESTINZIONE DELLA PENA PECUNIARIA

Le Sezioni Unite con sentenza n. 27 del 27.9.95 si sono pronunciate sul contrasto giurisprudenziale sorto in merito agli effetti estintivi dell'affidamento in prova al servizio sociale, confermando che l'esito positivo della prova estingue la pena detentiva, ma non quella pecuniaria.

L'art. 47 co. I dell'ordinamento penitenziario che disciplina la suddetta misura alternativa alla detenzione fa infatti riferimento esclusivamente alla pena detentiva: "Se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dall'istituto per un periodo uguale a quello della pena da scontare", tant'è che ai fini del calcolo della durata di tale affidamento risulta irrilevante la pena pecuniaria o la circostanza che questa sia stata o meno pagata.

Tale interpretazione appare conforme a quanto disposto dall'art. 76 co. III c.p. ove si legge che "Se una pena pecuniaria concorre con un'altra pena di specie diversa, le pene si considerano distinte per qualsiasi effetto giuridico".

Il pagamento della pena pecuniaria, per il cui recupero non è prevista alla sospensione dei termini quando vi sia stato affidamento in prova ex art. 181 disp. att. c.p.p., può avvenire anche dopo l'esito positivo dell'affidamento in prova, in quanto anch'essa ha una propria funzione rieducativa e dissuasiva dal commettere ulteriori reati.

Nel caso in cui il condannato non sia in grado di adempiere alla pena pecuniaria, questa può essere convertita in libertà controllata o lavoro sostitutivo e poi in reclusione; può dunque essere richiesto un nuovo affidamento in prova per la pena pecuniaria convertita nonostante l'esito positivo del primo.

Di seguito viene riportata la succitata sentenza delle Sezioni Unite.

Dott.ssa Chiara Villa

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano

La Corte Suprema di Cassazione

SEZIONI UNITE PENALI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto dal Procuratore Generale della repubblica presso la Corte di Appello di Firenze nei confronti di <S. A.>, nato a Foggia, il 28 maggio 1955; avverso l'ordinanza emessa il 19 luglio 1994 dal ;Tribunale di Sorveglianza di Firenze; Sentita la relazione fatta dal Consigliere Dr. Santo Belfiore Lette le conclusioni del P. M. con le quali chiede che la Corte Suprema di Cassazione annulli, senza rinvio l'ordinanza impugnata nella parte in cui non esclude l'estinzione della pena pecuniaria inflitta al <S.> e non eseguita.

Fatto

Con ordinanza in data 19 luglio 1994, il Tribunale di Sorveglianza di Firenze dichiarava estinta la pena indicata in motivazione in ogni sua parte ed ogni altro effetto penale della condanna ad essa conseguente. "Nella motivazione dell'ordinanza, il Tribunale di Sorveglianza osservava che <S. A.> era stato affidato in prova al servizio sociale con ordinanza in data 22.12.1993 fino al 5.4.1994 in ordine alla pena di cui alla sentenza 16.11.1992 del Pretore di Livorno; che il periodo di prova aveva avuto esito positivo, come risultava dalla relazione finale del <C. di S. S. di L.>; e che, pertanto, doveva trovare applicazione il disposto dell'art. 47, ult. Comma della legge penitenziaria. impugnata non risulta poiché dall'ordinanza con la esplicitamente, e' opportuno precisare che con la sentenza 16.11.1992, sopra citata, il Pretore di Livorno aveva inflitto al Sessa la pena detentiva e quella pecuniaria e, quindi, con l'espressione usata dal Tribunale di Sorveglianza, nel dispositivo dell'ordinanza impugnata, "la pena indicata in motivazione in ogni sua parte" deve intendersi che il detto Tribunale abbia riferito anche alla pena pecuniaria l'effetto estintivo previsto dall'art. 47, ult. comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354. Avverso tale ordinanza proponeva ricorso il Procuratore Generale della Repubblica Presso la corte di Appello di Firenze e ne chiedeva l'annullamento, deducendo un unico motivo. Il ricorso veniva assegnato alla Prima sezione Penale di questa Corte Suprema che, con ordinanza in data 27 gennaio 1995, rilevava che la questione di diritto sottoposta al suo esame aveva già dato luogo a contrasti giurisprudenziali; e, quindi, rimetteva il ricorso a queste Sezioni Unite,

Diritto

Con l'unico motivo il ricorrente deduce la violazione della legge (art. 47 legge n. 354-75 e successive modificazioni). A riguardo il ricorrente sostiene che l'ultimo comma dell'art. 47 dell'Ord. Penit. deve essere interpretato in correlazione con il primo comma (dove si legge: "Se la pena detentiva inflitta non supera tre anni ...") e tenendo presente che punto di riferimento fondamentale della disciplina dell'istituto e' la "pena detentiva", come si desume anche dal titolo ("MISURE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE") del Capo VI del Titolo I della legge n. 354-75. Conseguentemente, si deve ritenere che la "pena" suscettibile di estinzione all'esito positivo del periodo di prova e' soltanto quella detentiva. Conferma dell'esattezza di tale interpretazione si ha nel fatto che la disciplina dell'affidamento in prova fa riferimento alla personalità del condannato (oggetto di osservazione) e non al suo patrimonio. Il ricorso e' fondato. Invero, la Prima Sezione Penale di questa Corte Suprema ha già avuto occasione di affrontare il problema se l'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale determini l'estinzione, oltre che della pena detentiva, anche della pena pecuniaria che sia stata inflitta congiuntamente alla pena detentiva espiata in affidamento. Il detto problema la stato risolto nel senso che l'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale estingue solamente la pena detentiva e non anche quella pecuniaria (Cass., Sez. I, cc. 24.9.1993, dep. 27.10.1993, n. 3588, in proc. Lodigiani; Cass., Sez. I, 24.10.1994, in proc. Paparusso). Ad analoghe conclusioni questa Corte e' pervenuta a proposito dell'effetto estintivo della liberazione condizionale (Cass., Sez. I, cc. 28.6.1989, n. 1910, in proc. Cannone; Cass., cc. 13.1.1988, in proc. Montanari); istituto che presenta notevoli analogie con l'affidamento in prova al servizio sociale (Corte Costit. 25.5.1989, n. 282). Tuttavia, all'udienza del 9 novembre 1994, sempre la Prima Sezione Penale ha emesso tre sentenze, con le quali, andando in diverso avviso, ha ritenuto che l'effetto estintivo che l'art. 47, ultimo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354, attribuisce all'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale fosse riferibile non soltanto alla pena detentiva espiata in affidamento, ma anche a quella pecuniaria inflitta congiuntamente (Cass., Sez. I, cc. 9.11.1994, dep. 30.1.1995, n. 5209, in proc. Maraio; Cass., Sez. I, cc. 9.11.1994, dep. 30.1.1995, n. 5210, in proc. Pelosi; e Cass., Sez. I, cc. 9.11.1994, dep. 30.1.1995, n. 5214, in proc. Mangani). Dopo le tre citate sentenze (che presentano identica motivazione e sono state pronunciate nella medesima udienza) la Prima Sezione di questa Corte Suprema e' tornata a ribadire, con numerose sentenze, che l'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale estingue solamente la. pena detentiva e non anche quella pecuniaria (Cass., Sez. I, cc. 11.11.1994, dep. 6.2.1995, n. 5275, in proc. Mingolla; Cass., Sez. I, cc. 11.11.1994, dep. 15.2.1995, n. 5280, in proc. Atzori; Cass., Sez. I, cc. 11.1.1995, dep. 4.3.1995, n. 88, in proc. Bellucci; Cass., Sez. I, cc. 11.1.1995, dep. 4.3.1995, n. 45, in proc. Pieruccini; Cass., Sez. I, ce. 12.1.1995, dep. 4.3.1995, n. 202, in proc. Bigozzi; Cass., Sez. I, cc. 12.1.1995, dep. 4.3.1995, n. 204, in proc. Pieri). Recentemente, la Prima Sezione di questa Corte ha riesaminato la questione e ha confermato tale interpretazione (Sez. I, cc. 20.4.1995, dep. 9.6.1995, n. 2370, est. Belfiore, Pres. De Lillo, in proc. Marchi). Le Sezioni Unite Penali ritengono che il contrasto giurisprudenziale debba essere risolto ribadendo l'indirizzo secondo cui l'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale estingue solamente la pena detentiva e non anche quella pecuniaria. Invero, sebbene la lettera dell'ultimo comma dell'art. 47, della legge 26 luglio 1975, n. 354, ("L'esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale") possa essere interpretato nel senso che si estingue la pena genericamente intesa e, quindi, anche quella pecuniaria, tuttavia, non si può trascurare che il primo comma del citato articolo fa esplicito riferimento alla sola pena detentiva disponendo che "Se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dall'istituto per un periodo uguale a quello della pena da scontare". Tale disposizione non solo fa esplicito riferimento alla pena detentiva, ma commisura soltanto a tale pena (ed in particolare alla "pena da scontare" ) la durata dell'affidamento. In tal modo precisato l'oggetto della disciplina dell'art. 47, della legge 26 luglio 1975, n. 354, non e' più possibile attribuire al termine "pena" di cui all'ultimo comma del citato articolo il significato ampio di pena intesa nella sua totalità, inclusa quella pecuniaria. Un significato cosi' ampio deve essere attribuito al termine pena quando si parli della pena astrattamente prevista dalla legge per un determinato reato o di quella in concreto inflitta ad un imputato, ma non anche quando si tratta di determinare l'ampiezza dell'effetto estintivo previsto dall'art. 47, ultimo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354, dove il significato del termine "pena" risulta già delimitato non solo dall'insieme delle disposizioni contenute nei vari commi dello stesso articolo, ma anche dalla natura dell'istituto dallo stesso articolo disciplinato. In relazione all'ultimo rilievo le Sezioni Unite osservano che l'affidamento in prova al servizio sociale costituisce una, misura alternativa alla "detenzione" (termine che comprende sia la pena della reclusione che quella dell'arresto), come risulta anche dall'intestazione "MISURE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE E REMISSIONE DEL DEBITO" attribuita dal legislatore al Capo VI del Titolo I della legge 26 luglio 1975, n. 354; dove per debito si intende quello relativo alle spese del procedimento e di mantenimento, come chiarisce l'art. 56 della stessa legge, e non la pena pecuniaria. Ne' possono trarsi argomenti in senso contrario dal fatto che l'art. 47, ultimo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354, menziona, oltre alla pena, "ogni altro effetto penale". Invero, da un lato, la citata disposizione non aggiunge all'espressione "ogni altro effetto penale" la specificazione "della condanna" , come, invece, fa l'art. 178 C. P. a proposito della riabilitazione; dall'altro, e a differenza di quest'ultimo articolo, non menziona neppure le pene accessorie. Conseguentemente, se le pene accessorie restano fuori dell'effetto estintivo, non si vede perché dovrebbe essere colpita da tale effetto la pena pecuniaria. Ulteriori argomenti in tal senso possono trarsi dall'art. 76, comma 3, C. P., secondo cui "Se una pena pecuniaria concorre con un'altra pena di specie diversa, le pene si considerano distinte per qualsiasi effetto giuridico". Inoltre, dalla disciplina dell'istituto dell'affidamento in prova al servizio sociale risulta la totale estraneità della pena pecuniaria alla misura alternativa di cui si tratta. Invero, ai fini della concessione della misura alternativa e' irrilevante che sia stata inflitta al condannato anche una pena pecuniaria (multa o ammenda) ed e' pure irrilevante il fatto che sia stata gia' pagata, o no. D'altra parte, non può essere condivisa l'opinione di chi, attribuendo alle misure alternative alla detenzione natura premiale, ne fa discendere la conseguenza che il termine "pena" di cui all'art. 47, ultimo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354, debba essere inteso nel significato piu' ampio possibile e, quindi, comprensivo anche della pena pecuniaria. Le Sezioni Unite ritengono, invece, che le misure alternative debbano essere inquadrate non nella legislazione premiale (che può rivolgersi anche si delinquenti incalliti ed irriducibili per indurli a recedere ed eventualmente collaborare con la giustizia bensì tra i trattamenti penitenziari, in quanto hanno lo scopo di evitare al condannato l'inutile sofferenza della detenzione (o l'inutile protrarsi della stessa), nei casi in cui la rieducazione ed il recupero sociale del condannato possa essere ottenuto con misure alternative e meno afflittive. Pertanto, le misure alternative sono modi meno afflittivi di espiare le pene detentive e, in caso di esito positivo, determinano soltanto l'estinzione delle dette pene. Peraltro, non sarebbe logico attribuire alla misura alternativa in esame effetti maggiori di quelli che conseguono all'espiazione della pena detentiva negli appositi istituti carcerari: effetti che sono limitati alla pena detentiva e lasciano sopravvivere l'eventuale pena pecuniaria (salvo che sia stata già pagata). Infine, la Corte osserva. che l'art. 181 Disp. d'Attuaz. del C. P. P. (che disciplina l'esecuzione delle pene pecuniarie) non prevede alcuna sospensione dei termini ivi previsti per il recupero delle pene pecuniarie, quando vi sia stato affidamento in prova. Peraltro, come e' noto, il detto affidamento può riguardare anche l'ultimo triennio di lunghe pene detentive. Ne consegue che l'effettività della pena pecuniaria verrebbe si dipendere dalla solerzia con cui la cancelleria del giudice dell'esecuzione ne intraprenda la procedura di recupero; nel senso che la detta pena sarebbe effettivamente pagata solamente nel caso che la cancelleria del giudice dell'esecuzione ne curi la riscossione prima dell'ultimazione del periodo di prova; altrimenti, la pena stessa resterebbe travolta dall'eventuale esito positivo del periodo di prova e risulterebbe violato il principio di legalità della pena ed anche quello di uguaglianza previsto dall'art. 3 della Costituzione. A favore dell'opposta tesi (secondo cui l'esito positivo del periodo di prova estinguerebbe anche le pene pecuniarie) e' stato osservato che non sarebbe razionalmente giustificabile la sopravvivenza della pena pecuniaria all'esito positivo del periodo di prova, che avrebbe accertato la rieducazione ed il recupero sociale del condannato. Si e' inoltre, osservato che la sopravvivenza della pena pecuniaria, potrebbe dar luogo (in caso di insolvibilità del condannato) alla conversione in libertà controllata o in lavoro sostitutivo , ai sensi dell'art. 102 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e, in caso di violazione anche solo di una delle prescrizioni imposte, potrebbe essere ulteriormente convertita in un uguale periodo di reclusione o di arresto, ai sensi dell'art. 108 della citata legge; e che tale pena detentiva potrebbe dar luogo ad un nuovo affidamento in prova, in contrasto con l'accertata rieducazione del reo, conseguente all'esito positivo del primo affidamento in prova relativo alla originaria pena detentiva. Ma, tali argomenti non possono essere condivisi e soprattutto non provano quello che vorrebbero provare, bensì l'esatto contrario. Anzitutto, la Corte osserva che l'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale non da' la certezza della rieducazione e del recupero sociale del reo, ma significa solamente che il condannato ha rispettato le prescrizione impostegli e che il periodo di tempo trascorso in affidamento equivale alla detenzione che avrebbe dovuto subire in carcere; e che, quindi, la detta pena detentiva si considera espiata e, quindi, estinta. Il fenomeno della ricaduta nel reato dimostra all'evidenza che l'effettiva espiazione della pena detentiva in istituto o l'esito positivo del periodo di prova, assai spesso, non conseguono il risultato della rieducazione e del recupero del reo. Ne consegue che non può essere ritenuto irrazionale il pagamento della pena pecuniaria dopo l'esito positivo del periodo di prova. Invero, anche la pena pecuniaria tende alla rieducazione del condannato e a dissuaderlo dal commettere ulteriori reati e, quindi, contribuisce al recupero sociale del condannato. Peraltro, anche nel corso dell'espiazione di una pena detentiva in carcere potrebbe risultare già conseguito il risultato della rieducazione completa del reo; ma tale risultato (effettivo o illusorio che sia) non potrebbe giustificare l'interruzione dell'esecuzione della pena detentiva in corso e neppure l'esonero dal pagamento della pena pecuniaria eventualmente inflitta unitamente a quella detentiva. Analogamente, l'esito positivo del periodo di prova non può giustificare l'esonero del condannato dall'obbligo di pagare la pena pecuniaria o di sottostare alle misure nelle quali la stessa sia stata convertita per l'insolvibilità del condannato; invero, se il legislatore ha ritenuto di prevedere la pena pecuniaria congiunta a quella detentiva, il condannato deve subire entrambe tali pene, perché anche la pena pecuniaria deve contribuire ad assicurare la prevenzione del pericolo che il condannato commetta altri reati. A proposito della prospettata eventualità che in seguito alla duplice conversione della pena pecuniaria (prima in libertà controllata o in lavoro sostitutivo e, poi, in reclusione o arresto) possa farsi luogo ad un nuovo affidamento, nonostante l'esito positivo del primo, le Sezioni Unite osservano che proprio la prospettata eventualità che il condannato violi le prescrizioni impostegli con la conversione della pena pecuniaria sta a significare che, nonostante l'esito positivo del periodo di prova relativo all'affidamento in prova per la pena detentiva originariamente inflitta, il reo non era rieducato e recuperato. Sicché, la prospettata eventualità di un secondo affidamento al servizio sociale per la pena pecuniaria convertita in detentiva non risulterebbe in contrasto con l'avvenuta rieducazione del condannato. Infatti, proprio la violazione delle prescrizioni imposte con la conversione della pena pecuniaria dimostrerebbe che, nonostante quell'esito positivo, la rieducazione non era stata conseguita. Conseguentemente, non e' irrazionale la sopravvivenza della pena pecuniaria e, anzi, in tale ipotesi, il Tribunale di Sorveglianza dovrebbe essere particolarmente cauto nell'esaminare una nuova istanza di affidamento in prova, per la manifestata riluttanza del condannato all'opera di rieducazione. Né vale osservare che il sopravvivere dell'obbligo di pagare la pena pecuniaria sarebbe di ostacolo al reinserimento sociale del condannato, dato che analogo problema si pone per chi abbia espiato interamente in carcere la pena detentiva e debba ancora pagare quella pecuniaria. Sicché' l'eliminazione dell'obbligo di pagare la pena pecuniaria in seguito all'esito positivo dell'affidamento in prova al servizio sociale si risolverebbe in un trattamento di favore che farebbe sorgere seri dubbi di legittimità costituzionale per contrasto con il principio di uguaglianza, oltre che con il principio di legalità interpretazione della pena, rispettivamente previsti dagli artt. 3 e 25 della Costituzione. Infine, le Sezioni Unite osservano che l'interpretazione qui disattesa non può essere ritenuta avallata dall'ordinanza 21-28 novembre 1994, n. 410, della Corte Costituzionale. Invero, in tale ordinanza (che dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 47, ultimo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354) non si legge che tale interpretazione è più aderente al dettato costituzionale, bensì che il Tribunale di Sorveglianza di Brescia (che aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale del citato articolo, se interpretato diversamente) avrebbe ben potuto interpretare la citata disposizione nel senso da quel Tribunale di Sorveglianza ritenuto più conforme alla costituzione, tanto più che la possibilità di dare alla norma l'interpretazione auspicata dal detto Tribunale di Sorveglianza era stata dallo stesso "in concreto positivamente verificata" e, quindi, venivano meno i presupposti della denuncia di illegittimità costituzionale. Si deve, quindi, concludere che, ai sensi dell'art. 47, ult. comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354, l'esito positivo del periodo di prova estingue solamente la pena detentiva e non anche quella pecuniaria. Pertanto, l'ordinanza impugnata deve essere annullata, senza rinvio, limitatamente alla declaratoria di estinzione della pena pecuniaria (art. 620, lett. 1, C. P. P.).

P.Q.M

la Corte Suprema di Cassazione annulla, senza rinvio, l'ordinanza impugnata, limitatamente alla declaratoria di estinzione della pena pecuniaria.

Cosi' deciso in Roma, nella camera di consiglio del 27 settembre 1995.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA, 16 OTT. 1995