NOZIONE DI CONSUMATORE Giurisprudenza a confronto.

Introdotta con la legge 6 febbraio 1996 n.52 (cd comunitaria 95) in attuazione della direttiva 93/13/Cee, la disciplina dei contratti del "consumatore" ha dato luogo a un composito ed interessante intervento giurisprudenziale.

Uno di questi ha riguardato la nozione di "consumatore" che l’art.1469 bis definisce come "la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta".

Definizione apparentemente semplice ma che ha dato luogo a dubbi interpretativi.

Si riscontra, infatti una giurisprudenza di merito (Tribunale di Roma 20 ottobre 1999) secondo la quale è consumatore, ai fini dell'applicazione della disciplina di cui agli artt. 1469 bis e seguenti del codice civile, anche il professionista o l'imprenditore per il quale la conclusione del contratto non è atto della professione come lo è per la sua controparte: esemplificando, è consumatore ai sensi della normativa in esame anche il mediatore immobiliare che acquista un computer con l'intenzione di destinarlo alla sua attività, ovvero l'avvocato che affida ad un corriere una sua lettera diretta ad un cliente, perché tali contratti sono al di fuori dell'oggetto dell'attività professionalmente svolta dai predetti (ovvero non sono diretti a realizzarne in via immediata lo scopo), pur essendo ad essa strumentalmente collegati.

Analoga soluzione quella adottata da Tribunale di Lucca 4 luglio 2000 (Giurisprudenza di Merito 200, I, 6)

Più recentemente la Giurisprudenza di legittimità (Cassazione civile Sezione I, 25 luglio 2001 n.10127), intervenuta sul punto ha statuito che deve essere considerato "professionista" tanto la persona fisica quanto quella giuridica che utilizza il contratto nel quadro della sua attività imprenditoriale o professionale.

Quindi perché ricorra la figura del professionista non è necessario che il contratto sia posto in essere nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione, essendo sufficiente che venga posto in essere per uno scopo connesso all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale.

E’ bene evidenziare che la diversità delle conclusioni può dipendere in parte dal caso concreto, per il quale si vedano le pronunce per esteso.
Tuttavia, salvo che la giurisprudenza di legittimità muti il proprio giudizio, l'indirizzo sopra riportato è quello a cui ci si deve attenere nel prossimo futuro.

Ultima è la pronuncia della Corte di Giustizia (C-541/99 e C-542/99) alla quale è stato chiesto se la nozione di consumatore quale definita dalla direttiva si riferisse esclusivamente alla persona fisica.
La Corte ha deciso che la nozione di "consumatore", come definita dall'art. 2, lett. b), della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, dev'essere interpretata nel senso che si riferisce esclusivamente alle persone fisiche.

Infine si annota che è stata esclusa dalla CORTE COSTITUZIONALE (Ordinanza 282/99) la pretesa disparità di trattamento la tutela prevista a favore del solo consumatore persona fisica ed altre categorie di consumatori quali le persone giuridiche o persone fisiche che agiscono per scopi professionali od imprenditoriali.

In conclusione, secondo quello che può definirsi il diritto risultante dall’applicazione giurisprudenziale delle norme, consumatore ai fini dell'applicazione della disciplina di cui agli artt. 1469 bis e seguenti del codice civile, è solo la persona fisica (anche se imprenditore o professionista) che conclude un qualche contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’esercizio dell’attività, senza che ciò leda i diritti di altre categorie.

 

Bergamo, 2003
Avv. Rodolfo José Mendez

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SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA (Terza Sezione) 22 novembre 2001

"Art. 2, lett. b), della direttiva 93/13/CEE - Nozione di consumatore - Impresa che stipula un contratto tipo con un'altra impresa per l'acquisto di beni o servizi a beneficio esclusivo dei propri dipendenti"

Nei procedimenti riuniti C-541/99 e C-542/99,

aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, a norma dell'art. 234 CE, dal Giudice di pace di Viadana nelle cause dinanzi ad esso pendenti tra Cape Snc

e Idealservice Srl (C-541/99), e tra Idealservice MN RE Sas e OMAI Srl (C-542/99), domande vertenti sull'interpretazione dell'art. 2, lett. b), della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori (GU L 95, pag. 29),

LA CORTE (Terza Sezione),

vista la relazione d'udienza,

sentite le osservazioni orali della Idealservice Srl, rappresentata dall'avv. sig.ra R. Chiericati, del governo italiano, rappresentato dal sig. D. Del Gaizo, e della Commissione, rappresentata dai sigg. M. França e P. Stancanelli, all'udienza del 17 maggio 2001,

sentite le conclusioni dell'avvocato generale, presentate all'udienza del 14 giugno 2001,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1.
Con due ordinanze del 12 novembre 1999, pervenute in cancelleria il 31 dicembre successivo, il Giudice di pace di Viadana ha sottoposto a questa Corte, a norma dell'art. 234 CE, tre questioni pregiudiziali relative all'interpretazione dell'art. 2, lett. b), della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori (GU L 95, pag. 29; in prosieguo: la "direttiva").
2.
Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di due controversie tra rispettivamente la Cape Snc (in prosieguo: la "Cape") e l'Idealservice Srl e l'Idealservice MN RE Sas e l'OMAI Srl (in prosieguo: l'"OMAI") circa l'esecuzione di contratti tipo contenenti una clausola attributiva di competenza al Giudice di pace di Viadana, la quale è contestata dalla Cape e dall'OMAI sulla base della direttiva.
Contesto normativo
3.
La direttiva, secondo il suo art. 1, n. 1, è volta a ravvicinare le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti le clausole abusive nei contratti stipulati tra un professionista e un consumatore.
4.
Ai sensi dell'art. 2, lett. b), della direttiva:
"Ai fini della presente direttiva si intende per: (...) b) consumatore: qualsiasi persona fisica che, nei contratti oggetto della presente direttiva, agisce per fini che non rientrano nel quadro della sua attività professionale".
5.
L'art. 2, lett. c), della direttiva definisce il termine "professionista" come riguardante "qualsiasi persona fisica o giuridica che, nei contratti oggetto della presente direttiva, agisce nel quadro della sua attività professionale, sia essa pubblica o privata".
Causa principale e questioni pregiudiziali
6.
L'Idealservice MN RE Sas e l'Idealservice Srl (in prosieguo: l'"Idealservice") stipulavano con l'OMAI e la Cape, rispettivamente il 14 settembre 1990 e il 26 gennaio 1996, due contratti relativi alla fornitura a queste ultime di macchine per la distribuzione automatica di bevande, le quali erano state installate nei locali di queste due società ed erano destinate all'uso esclusivo dei loro dipendenti.
7.
Nell'ambito dell'esecuzione di detti contratti la Cape e l'OMAI proponevano opposizione a un decreto ingiuntivo, sostenendo che la clausola attributiva di competenza che essi contenevano era una clausola vessatoria ai sensi dell'art. 1469 bis, n. 19, del codice civile italiano e quindi non opponibile ai contraenti in forza dell'art. 1469 quinquies dello stesso codice.
8.
Il giudice a quo rileva che la sua competenza a conoscere delle due controversie che gli sono sottoposte dipende dall'interpretazione delle suddette disposizioni del codice civile, le quali costituiscono una "pedissequa trasposizione" della direttiva. In particolare, le nozioni di "professionista" e di "consumatore" di cui all'art. 1469 bis del codice civile sarebbero una trascrizione letterale delle definizioni figuranti all'art. 2 di detta direttiva.
9.
In entrambe le cause l'Idealservice sostiene che la Cape e l'OMAI non possono essere considerate consumatori ai fini dell'applicazione della direttiva. Infatti, non solo si tratta di società e non di persone fisiche, ma la Cape e l'OMAI avrebbero stipulato i contratti in questione dinanzi al giudice nazionale nell'esercizio della loro attività imprenditoriale.
10.
Ritenendo che la soluzione delle due controversie dinanzi ad esso pendenti dipenda dall'interpretazione della direttiva, il Giudice di pace di Viadana ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali, le quali sono redatte in termini identici in entrambe le cause:
"1) Se possa considerarsi consumatore un imprenditore che, stipulando un contratto con altro imprenditore su modello predisposto da quest'ultimo in quanto rientrante nella propria attività professionale tipica, acquisti un servizio, o un bene, a beneficio esclusivo dei propri dipendenti, del tutto svincolato ed avulso dalla propria attività professionale ed imprenditoriale tipica; se possa dirsi, in tal caso, che tale soggetto ha agito per scopi non attinenti l'impresa.
2) Se, in caso di risposta affermativa al quesito precedente, possa considerarsi consumatore qualsiasi soggetto od ente quando opera per scopi estranei, o non funzionali, all'attività imprenditoriale o professionale tipica esercitata, o se il concetto di consumatore sia esclusivamente riferito alla persona fisica, con esclusione di qualsiasi altro soggetto.
3) Se possa considerarsi consumatore una società".
11.
Con ordinanza del presidente della Corte 17 gennaio 2000, le cause C-541/99 e C-542/99 sono state riunite ai fini della fase scritta e orale del procedimento e della sentenza.
Sulla seconda e sulla terza questione
12.
Con la seconda e la terza questione, che occorre esaminare in primo luogo, il giudice a quo chiede, in sostanza, se la nozione di "consumatore", come definita dall'art. 2, lett. b), della direttiva, debba essere interpretata nel senso che si riferisce esclusivamente alle persone fisiche.
13.
L'Idealservice, i governi italiano e francese, nonché la Commissione, sostengono che la nozione di "consumatore" si riferisce unicamente alle persone fisiche.
14.
Per contro, il governo spagnolo afferma che, pur se il diritto comunitario considera che, in via di principio, le persone giuridiche non sono consumatori ai sensi della direttiva, esso non esclude un'interpretazione che conferisca tale qualità a queste ultime. Concordemente con il governo francese, esso osserva che la definizione di consumatore data dalla direttiva non esclude la possibilità che il diritto nazionale dei vari Stati membri, all'atto della trasposizione della direttiva medesima, consideri consumatore una società.
15.
A tale riguardo occorre rilevare che l'art. 2, lett. b), della direttiva definisce il consumatore come "qualsiasi persona fisica" che soddisfa le condizioni enunciate da tale disposizione, mentre l'art. 2, lett. c), della direttiva definisce la nozione di "professionista" facendo riferimento tanto alle persone fisiche quanto alle persone giuridiche.
16.
Risulta quindi in modo chiaro dal testo dell'art. 2 della direttiva che una persona diversa da una persona fisica, che stipula un contratto con un professionista, non può essere considerata consumatore ai sensi di detta disposizione.
17.
Di conseguenza, occorre risolvere la seconda e la terza questione dichiarando che la nozione di "consumatore", come definita dall'art. 2, lett. b), della direttiva, dev'essere interpretata nel senso che si riferisce esclusivamente alle persone fisiche.
Sulla prima questione
18.
Tenuto conto della soluzione fornita alla seconda e alla terza questione, non occorre risolvere la prima questione.
Sulle spese
19.
Le spese sostenute dai governi italiano, spagnolo e francese nonché dalla Commissione, che hanno presentato osservazioni alla Corte, non possono dar luogo a rifusione. Nei confronti delle parti della causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese.
Per questi motivi,
LA CORTE (Terza Sezione),
pronunciandosi sulle questioni sottopostele dal Giudice di pace di Viadana con ordinanze 12 novembre 1999, dichiara:
La nozione di "consumatore", come definita dall'art. 2, lett. b), della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, dev'essere interpretata nel senso che si riferisce esclusivamente alle persone fisiche.
Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 22 novembre 2001.

 

 

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Cassazione sez. I n. 10127 25 LUGLIO 2001

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Per promuovere la propria attività di vendita di cicli e motocicli il sig. Caio nel giugno 1993, stipulò con Banca d'America e d'Italia s.p.a. (BAI) una convenzione disciplinante i finanziamenti che potevano essere richiesti da clienti del Caio stesso, che, volendo acquistare presso di lui una bicicletta o un ciclomotore e non potendo pagare in contanti, avessero voluto usufruire di un finanziamento da parte dell'istituto di credito.

L'art.5 della convenzione prevedeva che, se la documentazione, prodotta per ottenere il finanziamento, fosse stata irregolare, incompleta o falsata, il Caio sarebbe stato ritenuto responsabile dell'irregolarità della stessa e, conseguentemente, avrebbe dovuto restituire direttamente la somma erogata dalla banca oltre accessori e spese.

In data 28 ottobre 1996 il Giudice di pace di Milano, su richiesta della S.p.a. Deutsche Bank (che aveva incorporato la BAI) - la quale assumeva che un cliente del Caio, certo Mevio , non aveva restituito la somma di lire 3.600.000, erogatagli a titolo di mutuo, e che la documentazione relativa alla pratica di finanziamento era falsa - emetteva nei confronti di Caio decreto ingiuntivo per il pagamento a favore del menzionato istituto di credito della somma di lire 3.600.000, oltre accessori di legge.

L'ingiunto proponeva opposizione, che veniva respinta. Avverso tale sentenza il Caio proponeva appello al Tribunale di Milano, che respingeva l'appello con sentenza del 31.3.99, depositata in cancelleria il 29 luglio 1999. A sostegno della decisione si osservava che il credito fatto valere nel procedimento monitorio si fondava sulla convenzione stipulata tra BAI e Caio, disciplinante l'erogazione dei finanziamenti concessi dalla banca a clienti dello stesso, la quale sanciva l'obbligo per il rivenditore di restituire alla banca erogante l'importo ricevuto, qualora la documentazione, richiesta per il finanziamento e da lui inviata, fosse risultata irregolare, incompleta o falsata. Nel caso di specie la documentazione, inviata dal rivenditore e relativa al soggetto cui era stato concesso il finanziamento, era risultata non veridica; che la banca non aveva violato, contrariamente all'assunto del Caio, il principio di buona fede, avendolo correttamente informato dell'"inesistenza" del debitore, che non aveva rimborsato nessuna delle 18 rate, in cui era stata suddivisa la restituzione del mutuo; che con la clausola di cui all'art.5 della convenzione le parti avevano convenuto di addossare il rischio della insolvenza del finanziato al rivenditore in ragione dei suoi rapporti con il finanziato e del suo interesse al finanziamento; che dovevasi escludere l'inefficacia di tale clausola ai sensi degli artt.1469 bis e 1469 quinquies cod. civ., atteso che il Caio aveva concluso detta convenzione con la banca non in qualità di consumatore, ma nell'esercizio di un'attività commerciale.

Contro detta sentenza il Caio ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. Deutsche Bank s.p.a. ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt.1469 bis n. 2 e 1469 quinquies cod. civ. e di ogni altra norma e principio in materia di inefficacia e/o nullità delle clausole contrattuali e di definizione della figura del consumatore. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo (art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.).

Secondo il ricorrente il tribunale avrebbe dovuto ritenere vessatorie le clausole della convenzione da lui sottoscritta e conseguentemente dichiararle nulle ed inefficaci; ciò perché dette clausole, così come strutturate, addossavano al terzo proponente, cioè al Caio stesso (che nei rapporti con la banca non avrebbe potuto assumere la veste di "professionista"), la responsabilità esclusiva del totale o parziale inadempimento o dell'inesatto adempimento della prestazione (di restituzione della somma mutuata) da parte del cliente dell'istituto di credito e soprattutto della banca (qualora questa non avesse provveduto a valutare in tempi ragionevoli la regolarità della domanda e la qualità di chi aveva richiesto il finanziamento).

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. e di ogni norma e principio in materia di omessa pronuncia su specifico motivo di gravame. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1337, 1358 e 1375 e di ogni norma e principio in materia di applicazione dei principi di buona fede e correttezza nel rapporto contrattuale. Omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo (art. 360, nn. 3, 4 e 5 c.p.c.). Nel giudizio di appello l'attuale ricorrente aveva lamentato che il giudice di pace, in ogni caso, non aveva accertato che le clausole della convenzione erano contrarie ai principi di lealtà, correttezza e buona fede, previsti dal combinato disposto degli artt. 1337 e 1358 cod. civ., essendo abnorme lo squilibrio tra i diritti e doveri delle due parti. Sul punto il tribunale aveva omesso qualsiasi pronuncia, soffermandosi esclusivamente sulle questioni che avevano formato oggetto del motivo principale, ossia sulla dedotta violazione degli artt. 1469 bis e segg. Inoltre il ricorrente aveva dedotto che la banca solo dopo tre anni dalla negoziazione gli aveva comunicato che la documentazione prodotta dall'acquirente del motociclo era falsa. Tale scorretto comportamento non avrebbe consentito al ricorrente di rintracciare il soggetto finanziato ed avrebbe comportato un ingiustificato aggravio degli interessi moratori. La sentenza impugnata avrebbe omesso ogni motivazione sulla rilevanza di detto ritardo posto in essere dalla banca nel comunicare al Caio l'inadempimento del Pratese.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. e di ogni norma e principio in materia di omessa pronuncia su specifico motivo di gravame. Violazione e falsa applicazione dell'art. 1219 cod. civ. e di ogni norma e principio in materia di costituzione in mora. Omessa motivazione circa un punto decisivo (art. 360, nn. 3, 4 e 5 c.p.c.). Il giudice di pace non avrebbe potuto condannare il ricorrente al pagamento degli interessi a far data dal 23 luglio 1993, data di conclusione del contratto di finanziamento al Pratese, sia perché mancava qualsiasi previsione contrattuale in tal senso, sia perché il primo atto di costituzione in mora risultava posto in essere soltanto in data 13 novembre 1996 con la comunicazione del mancato adempimento da parte del Mevio all'obbligazione contratta con l'istituto di credito. Sul punto il tribunale avrebbe omesso ogni motivazione, incorrendo così nella violazione denunciata.

Con il quarto motivo il ricorrente lamenta che il Tribunale di Milano avrebbe del tutto disatteso ed ignorato quanto accertato e statuito dal Giudice di Pace di Roma - Sede Distaccata di Fiumicino - con sentenza n. 40/97, resa inter partes, in data 15 dicembre 1997, con la quale verrebbe stigmatizzato il comportamento posto in essere dalla Deutsche Bank nei confronti del ricorrente, violando più norme e principi di correttezza.

Il primo motivo di ricorso è infondato. Deduce il ricorrente che il giudice a quo avrebbe dovuto qualificarlo, rispetto al prodotto finanziario, come "consumatore" al pari dell'acquirente del motociclo, ossia dell'effettivo fruitore del servizio di finanziamento, ed applicare, quindi, la disciplina di cui agli artt. 1469 bis e segg. cod. civ., potendo essere considerato "professionista, soltanto nei rapporti diretti con l'acquirente del mezzo". Tale tesi non può essere condivisa. Ai sensi del secondo comma dell'art. 1469 bis cod. civ. "consumatore è la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta", mentre "il professionista è la persona fisica o giuridica, pubblica o privata, che, nel quadro della sua attività imprenditoriale o professionale utilizza il contratto di cui al primo comma". Il primo comma dell'art. 1469 bis originariamente era così formulato: "Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista, che ha per oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi, si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto". Successivamente l'inciso "che ha per oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi" è stato soppresso dall'art. 25 della legge 21 dicembre 1999, n. 526 (legge comunitaria del 1999), per cui tale limitazione, per quanto riguarda l'oggetto del contratto, devesi ritenere, a partire dall'entrata in vigore della citata disposizione legislativa, definitivamente eliminata.

Dall'esame delle nozioni di "consumatore" e "professionista" fornite dal secondo comma dell'art. 1469 bis si ricava che deve essere considerato "consumatore" la persona fisica che, anche se svolge attività imprenditoriale o professionale, conclude un qualche contratto (avente ad oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi - secondo l'originaria formulazione del primo comma - e senza tale limitazione dopo la modifica surriportata) per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all'esercizio di tale attività; che deve essere considerato "professionista" tanto la persona fisica, quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che, invece, utilizza il contratto (avente ad oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi e senza tale limitazione dopo l'entrata in vigore della legge comunitaria del 1999) nel quadro della sua attività imprenditoriale o professionale; che, in particolare, per quanto riguarda quest'ultimo, non è necessario che il contratto sia posto in essere nell'esercizio dell'attività propria dell'impresa o della professione, essendo sufficiente - come si evince dalla parola "quadro", la quale, potendo essere sostituita con le locuzioni "al fine dello svolgimento", "per le esigenze di", "nel contesto", delle quali riassume il significato, impone di includere nella portata della norma non solo l'attività principale, ma anche la eventuale attività accessoria o strumentale a quella principale - che venga posta in essere per uno scopo connesso all'esercizio dell'attività imprenditoriale o professionale. Alla luce di questi principi devesi escludere che il Caio al quale è stata richiesta dalla banca la restituzione del finanziamento erogato a Mevio , essendosi verificate le condizioni di cui all'art. 5 della convenzione stipulata con la banca nel giugno 1993, possa invocare, nel rapporto con la banca, la qualità di "consumatore" e conseguentemente la disciplina di cui agli artt. 1469 bis e segg. cod. civ., concernente le clausole vessatorie tra professionista e consumatore. Ciò perché, al fine di stabilire se al Caio spetti o meno tale qualifica, deve prendersi in considerazione il rapporto instauratosi tra la banca e lo stesso, per la prestazione del servizio di finanziamento a clienti di quest'ultimo, con la convenzione summenzionata, della quale egli sostiene il carattere vessatorio ed in virtù della quale la banca ha chiesto al Caio di essere rimborsata del finanziamento, erogato ad un cliente di quest'ultimo rimasto inadempiente. E non può dubitarsi che questo sia un rapporto instauratosi tra "professionisti", essendo evidente che la prestazione del finanziamento a determinate condizioni a terzi è stata prevista, nel reciproco interesse dei contraenti, al fine di promuovere l'attività finanziaria, per quanto riguarda la banca, e la vendita dei cicli e motocicli, per quanto riguarda l'attuale ricorrente, e, quindi, con riferimento a quest'ultimo, per uno scopo connesso con l'esercizio della sua attività imprenditoriale.

Il secondo motivo ed il terzo motivo, che per essere logicamente connessi, possono essere esaminati congiuntamente, sono fondati nei termini appresso indicati. Con un primo profilo di censura il ricorrente lamenta la omessa pronuncia sul motivo di gravame, con il quale aveva dedotto la violazione degli artt. 1337, 1358 e 1375 cod. civ. per non avere il giudice di pace accertato che la clausola della convenzione di cui all'art. 5, era contraria ai principi di lealtà, correttezza e buona fede, essendo abnorme lo squilibrio tra i diritti ed i doveri delle due parti, e per non averla, conseguentemente, disapplicata o comunque assunto una qualche pronuncia di giustizia a salvaguardia della posizione del Caio . Tale profilo di censura è infondato sia perché si denuncia la violazione di disposizioni: gli artt. 1337 e 1358 cod. civ., che non possono trovare applicazione nel caso di specie, sia perché si vogliono collegare alla loro violazione conseguenze non previste dalla legge, sia perché al giudice deve essere richiesto un provvedimento specifico e non genericamente "una qualche pronuncia di giustizia a salvaguardia della posizione" di chi agisce in giudizio. La disposizione, di cui all'art. 1337 cod. civ., presuppone una ingiustificata interruzione delle trattative, che nella fattispecie in esame non è stata dedotta o eccepita, e sanziona l'eventuale interruzione delle trattative con il risarcimento del danno; la disposizione di cui all'art. 1358 cod. civ. presuppone l'esistenza di un contratto condizionato ed impone a ciascuna delle parti contraenti di astenersi, durante la pendenza della condizione, da comportamenti che possano pregiudicare gli interessi dell'altro contraente e di compiere, se del caso, quanto necessario perché l'evento dedotto in condizione si verifichi. La convenzione stipulata tra banca e Caio non risulta sottoposta ad una qualche condizione sospensiva o risolutiva, mentre colla clausola controversa, come accertato dal giudice di merito, si è addossato il rischio dell'insolvenza del finanziato al rivenditore nell'ipotesi in cui la documentazione, richiesta per la concessione del finanziamento ed inviata alla banca dallo stesso rivenditore, fosse risultata irregolare, incompleta o falsata. Infine, non può essere chiesta al giudice civile la disapplicazione di una clausola contrattuale, trattandosi di provvedimento non previsto, in materia di contratti, dall'ordinamento giuridico. Fondati sono, invece, i profili di censura di cui al secondo ed al terzo motivo, con i quali si denuncia: la omessa pronuncia sul lamentato ritardo della banca nell'informare il Caio dell'inadempimento del Mevio e sulle conseguenze dannose di detto ritardo; la omessa pronuncia sulla lamentata illegittimità della condanna al pagamento degli interessi a far data dal 23 luglio 1993 in mancanza di un atto di costituzione in mora (certamente necessario per pretendere interessi riconducibili all'eventuale ritardo del Caio nel rimborsare alla banca le somme dovute dal Pratese). Pertanto dette questioni debbono essere riesaminate, il giudice a quo avendo omesso ogni pronuncia sulle stesse, pur essendogli state sottoposte con i motivi 2 e 3 dell'atto di appello. Il quarto motivo è, invece, inammissibile, data la genericità dello stesso. Per quanto precede il secondo ed il terzo motivo debbono essere accolti per quanto di ragione; il primo deve essere respinto ed il quarto dichiarato inammissibile. La sentenza impugnata deve essere, pertanto, cassata in relazione ai motivi accolti con rinvio al Tribunale di Milano, in diversa composizione, che provvederà alla liquidazione anche delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo per quanto di ragione; rigetta il primo; dichiara inammissibile il quarto; cassa e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di Milano in diversa composizione.

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Tribunale Roma 20 ottobre 1999

Con atto di citazione notificato il 25 luglio 1997, Tizio conveniva in giudizio la DHL international s.r.l., deducendo:

che egli, pittore e scultore, in data 4 febbraio 1997 aveva consegnato alla convenuta un plico contenente la sua domanda di partecipazione ad un concorso per la scelta di un'opera d'arte da ubicare nella casa circondariale di Terni, alcuni documenti richiesti a tal fine e una sua scultura in bronzo patinato su piedistallo marmoreo raffigurante S. Sebastiano di dimensioni cm. 45x13x13 e peso 5 kg; che il plico, che doveva pervenire entro le ore tredici del giorno successivo al provveditorato regionale opere pubbliche Umbria in Perugia, in effetti non vi era mai giunto, e la convenuta, in data 11 febbraio 1997, su sua richiesta, gli aveva comunicato di averlo smarrito; che nella stessa lettera la convenuta gli aveva comunicato che avrebbe riconosciuto il risarcimento massimo previsto dalle condizioni generali di trasporto, pari a lire cinquantamila; che egli aveva perduto, oltre al valore venale dell'opera (di diversi milioni di lire) ed al suo valore artistico, anche l'opportunità di partecipare al concorso il cui premio era stabilito in lire settanta milioni; che il contratto de quo era stato concluso tra un professionista ed un consumatore, ed era quindi soggetto all'applicazione delle disposizioni degli art. 1469 bis ss. Codice civile, oltre che a quelle dell'art. 1341 Codice civile; che dunque inefficaci dovevano ritenersi sia la clausola n. 21 (contenente la scelta del foro di Milano) che quella n. 8 (circa i limiti di risarcibilità), quest'ultima anche in virtù dell'art. 1229 Codice civile; che in subordine la convenuta era responsabile nei suoi confronti anche a titolo extracontrattuale, essendo palese che la perdita del plico fosse da ascrivere a dolo o quantomeno a colpa grave dei dipendenti della convenuta stessa. Chiedeva pertanto che, accertata la vessatorietà delle clausole (in specie 8 e 21) delle condizioni generali di trasporto trascritte sul retro della lettera di vettura e dichiaratane quindi la nullità e/o inefficacia, fosse condannata la convenuta al risarcimento dei danni che si quantificavano in lire trenta milioni o in quella diversa somma che fosse ritenuta di giustizia.

Si costituiva in giudizio la DHL international s.r.l., deducendo a sua volta: che la normativa di cui agli art. 1469 bis ss. Codice civile era inapplicabile nella specie, non essendo all'attore attribuibile la qualità di "consumatore" perché egli aveva concluso il contratto di trasporto per partecipare ad un concorso nel quadro della sua attività professionale di pittore e scultore; che sussisteva incompetenza territoriale del Tribunale di Roma, essendo invece esclusivamente competente il foro di Milano scelto dalle parti in base alla clausola n. 21 delle condizioni generali, che nella specie è stata specificamente approvata dal Tizio con la sottoscrizione in calce alla lettera di vettura (avente proprio tale finalità, giacché per il contratto di trasporto la legge non richiede forma scritta); che inoltre vi era incompetenza per valore del tribunale; che la clausola n. 8 non prevedeva limitazione di responsabilità, bensì una clausola penale, come tale non rientrante nella elencazione tassativa del secondo comma dell'art. 1341 Codice civile; che né il dolo né la colpa grave erano provati, ed anzi nella condotta dell'attore potevano rilevarsi sotto più profili gli estremi della colpa; che del pari si contestavano esistenza, ammontare del danno (tenuto anche conto del fatto che trattavasi di copia che poteva essere replicata da una matrice o forma) e nesso causale, anche per quanto riguardava la affermata perdita della possibilità di partecipare al concorso (non avendo la convenuta assunto l'obbligo di consegna entro le ore tredici del giorno successivo alla spedizione). Chiedeva pertanto la declaratoria di incompetenza per territorio e per valore del giudice adìto; in subordine, il rigetto della domanda.

Il g.i., all'esito della prima udienza di trattazione, vista la concorde richiesta delle parti di rimettere subito in decisione la causa sulle questioni preliminari di rito, ritenutane l'opportunità, rimetteva la causa in decisione, sulle anzidette conclusioni (parte attrice modificava la quantificazione del risarcimento in lire ottanta milioni), assegnando i termini di legge per conclusionali e repliche.

Motivi della decisione

1. - Innanzitutto, deve precisarsi che, avendo parte convenuta tempestivamente eccepito (cfr. comparsa di risposta) l'incompetenza per territorio esclusivamente sotto il profilo conseguente alla scelta del foro competente (Milano) contenuta nella clausola n. 21 delle condizioni generali di trasporto trascritte sul retro della lettera di vettura sottoscritta dal Tizio, l'esame preliminare sulla competenza stessa deve limitarsi alla valutazione in ordine alla efficacia di tale clausola, dovendo ritenersi - per costante giurisprudenza - non controverso ogni altro profilo eventuale di incompetenza per territorio, non eccepito tempestivamente (art. 38, secondo comma, Codice di procedura civile).

2. - Poiché l'inefficacia della clausola n. 21 è in primo luogo affermata dall'attore con riferimento al disposto dell'art. 1469 bis, terzo comma, n. 19, Codice civile, occorre verificare se la normativa di cui agli art. 1469 bis, ter, quater e quinquies Codice civile (introdotta dalla legge 6 febbraio 1996 n. 52 in attuazione della direttiva 93/13/Cee) sia o non applicabile al contratto in esame, essendo in particolare controverso se all'attore sia o non attribuibile la qualità di "consumatore", necessario presupposto della normativa stessa, che disciplina appunto il contratto concluso tra il consumatore ed il professionista avente ad oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi (art. 1469 bis, primo e secondo comma, Codice civile).

Al riguardo, è incontroverso: a) che il Tizio svolge professionalmente (cioè non occasionalmente) l'attività di pittore-scultore, per la quale egli assume anche (cfr. pubblicazioni da lui prodotte) di aver ricevuto ampi riconoscimenti da più parti; b) che egli ha richiesto alla convenuta la prestazione contrattuale al fine di partecipare con una sua opera scultorea ad un concorso pubblico.

Il secondo comma dell'art. 1469 bis Codice civile definisce il consumatore come la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta. Tale definizione, pur nella problematicità delle sue applicazioni, pone però alcuni punti sufficientemente chiari, e cioè: a) che la nozione di consumatore, ai fini della normativa in esame, e quindi quella di "parte debole presunta" nella determinazione del contenuto contrattuale (cfr. art. 1469 ter, quarto e quinto comma, Codice civile), non dipende né da condizioni personali di svantaggio sotto il profilo socio-economico né dal tipo di attività svolta dal soggetto, ben potendo trattarsi (l'avverbio "eventualmente" chiarisce l'irrilevanza della circostanza in sé considerata) di un imprenditore o di esercente attività professionale; b) che determinante è invece che egli "agisca per scopi estranei" all'eventuale sua impresa o professione; il che, interpretando l'espressione - come necessario al fine di inquadrarla nel sistema - in senso non soggettivo bensì oggettivo, significa "al di fuori dell'esercizio di dette attività"; c) che tale interpretazione trova conforto, ed anzi migliore specificazione, nella definizione della figura speculare al consumatore, cioè del professionista, il quale è appunto colui che, al contrario del consumatore, "utilizza il contratto nel quadro della sua attività imprenditoriale o professionale".

Quest'ultima definizione aiuta infatti nella problematica individuazione del criterio da utilizzare per stabilire quando la conclusione del contratto in esame sia da ritenere (sempre ai sensi della normativa in esame) al di fuori dell'esercizio dell'attività imprenditoriale o professionale. La tesi preferibile appare quella che a tal fine basa l'indagine non già sull'utilizzazione del bene o del servizio, costituente oggetto del contratto, nell'ambito dell'attività imprenditoriale o professionale di colui che lo acquista, bensì sull'utilizzazione del contratto stesso, al fine di verificare se rientri o non nel quadro dell'attività anzidetta la conclusione di contratti del genere di quello in esame; in altre parole se la conclusione di tale contratto sia o non atto della professione di chi acquista il bene o il servizio, come lo è per la sua controparte.

Esemplificando, secondo tale criterio è consumatore ai sensi della normativa in esame anche il mediatore immobiliare che acquista un computer con l'intenzione di destinarlo alla sua attività, ovvero (avvicinandosi al caso di specie) l'avvocato che affida ad un corriere una sua lettera diretta ad un cliente, perché tali contratti sono al di fuori dell'oggetto dell'attività professionalmente svolta dai predetti (ovvero non sono diretti a realizzarne in via immediata lo scopo), pur essendo ad essa strumentalmente collegati.

Tale interpretazione, se da un lato non appare incompatibile con la lettera della norma, dall'altro appare la più coerente con la sua ratio. Invero, è noto come la disciplina delle clausole abusive sia tutta costruita sulla presunzione che la persona fisica contraente "per scopi non professionali" con un soggetto professionale si trovi in una tipica (cioè appunto presunta dalla legge) situazione di debolezza, meritevole di particolare tutela al fine di vincere lo squilibrio nel potere di determinazione del contenuto del contratto che caratterizza tale situazione.

Ma se la legge presume che anche colui che esercita professionalmente un'attività (imprenditoriale o non) si possa trovare in tale situazione di debolezza nel contrattare con chi come lui opera professionalmente, ma nell'ambito specifico in cui si inserisce il contratto stesso, sembra evidente che in questo risiede il discrimine tra i due: che per l'uno (il "professionista" definito tale dalla legge) la conclusione di un contratto di quel genere costituisce un atto della sua professione, per l'altro (il "consumatore" appunto) un atto estraneo alla sua, a prescindere dalla utilizzazione che egli intenda assegnare al bene acquistato.

E, in effetti, sotto questo profilo non si vede come possa essere differente la posizione del rappresentante di commercio che acquista una automobile per il suo lavoro e quella di altra persona (se non lui stesso) che l'acquista per la famiglia: entrambi sono contraenti occasionali (cioè non professionali) che normalmente (salva la prova contraria, ex art. 1469 ter) non hanno la forza di imporre una trattativa sulle clausole contrattuali, né una motivazione - altrettanto forte quanto quella del professionista - per impiegare tempo, energie ed anche denaro (per farsi assistere da esperti) nello studio delle varie clausole predisposte dalla controparte.

Del resto, una diversa interpretazione, che faccia leva sul concetto di scopo per il quale si contratta con il professionista (spostando alquanto l'attenzione dal piano oggettivo a quello soggettivo), non solo non appare sorretta da un collegamento visibile con la ratio della normativa sopra esposta (conducendo ad incomprensibili distinzioni quale quella tra il contratto di trasporto per ferrovia concluso da un professionista per motivi di lavoro e quello concluso dal medesimo per recarsi in vacanza), ma pone anche problemi di difficile soluzione in casi come quelli dell'utilizzo promiscuo (per necessità di lavoro e personali) del bene acquistato o del servizio richiesto.

In base a tali considerazioni, deve ritenersi che al contratto in esame debba applicarsi la normativa richiamata, essendo stato concluso tra un professionista ed una persona fisica, l'attore, al quale deve attribuirsi la qualità di consumatore ai sensi della normativa stessa, non rientrando la conclusione di un contratto di tal genere nel quadro della sua attività di scultore. Epoiché è incontroverso che egli risiede e risiedeva in Roma al momento del contratto (cfr. epigrafe citazione e lettera di vettura), la inefficacia della clausola n. 21 deriva dalla presunzione di vessatorietà posta dall'art. 1469 bis, terzo comma, n. 19, presunzione non vinta da alcun elemento contrario, non essendo peraltro applicabile nella specie il disposto dell'art. 1469 ter, terzo comma (giacché l'art. 20 Codice di procedura civile prevede altri fori facoltativi diversi da quello di Milano, in cui ha sede la società convenuta).

3. - La inefficacia di detta clausola - con conseguente infondatezza della eccezione di incompetenza per territorio - sussiste del resto anche ai sensi degli art. 1341, secondo comma, e 1342 Codice civile. Secondo il costante orientamento della Corte di cassazione (cfr., da ultimo, Cass. 12455/97, Foro it., Rep. 1997, voce Contratto in genere, n. 330; 6976/95, id., Rep. 1995, voce cit., n. 289) l'esigenza di specifica approvazione delle clausole contrattuali onerose non può ritenersi soddisfatta nel caso in cui il contraente per adesione apponga un'unica firma in calce al contratto predisposto dall'altro contraente, anche se immediatamente dopo una dichiarazione di approvazione di dette clausole. E, nella specie, ilTizio ha apposto un'unica firma sulla lettera di vettura, in calce ad una dichiarazione prestampata di accettazione incondizionata di tutte le condizioni generali di trasporto riportate sul retro e di approvazione specifica di alcune, numericamente indicate, tra le quali quella recante il n. 21. Un'unica sottoscrizione, dunque, per l'accettazione dell'intero contenuto contrattuale e per l'approvazione specifica delle clausole onerose, in chiara violazione del disposto normativo.

4. - Per quanto attiene all'eccezione di incompetenza per valore, deve rilevarsi che - prescindendo dalla inammissibile ex art. 189 Codice di procedura civile modifica della domanda nel quantum in sede di precisazione delle conclusioni - in corso di causa è divenuto efficace il D.Lgs. n. 51/98, che ha soppresso l'ufficio del pretore, ed ha trasferito le relative attribuzioni al tribunale. Ciò posto, va osservato, in conformità all'orientamento già espresso da questo tribunale (cfr. Trib. Roma, ord. 8 giugno 1999, est. Orlandi, El Amri c. D'Onofrio), che: a) il giudice originariamente incompetente non può dichiararsi incompetente ove nel corso del giudizio sopravvenga un valido criterio di collegamento fra la controversia e l'ufficio giudiziario adito (cfr. Cass. 1292/90, id., 1990, I, 850); b) le cause pendenti dinanzi all'ufficio del pretore, per la cui definizione l'ufficio stesso è rimasto transitoriamente in funzione, ex art. 1, primo comma, e 133, primo comma; D.Lgs. cit., debbono ritenersi unicamente quelle effettivamente in corso dinanzi alle preture (che siano state già trattenute in decisione) alla data di istituzione del giudice unico, e non già quelle pendenti dinanzi ad altri giudici che avrebbero dovuto essere riassunte dinanzi al pretore in base alla normativa abrogata (cfr., in relazione alla soppressione dell'ufficio del conciliatore, Cass. 2434/97 [sic], id., Rep. 1997, voce Avvocato, n. 96); c) le cause pendenti dinanzi al pretore alla data suddetta, che non siano già state trattenute in decisione o che siano comunque rimesse in istruttoria, debbono, ex art. 132, primo e secondo comma, e 133, secondo comma, D.Lgs. cit., essere definite dal tribunale secondo la nuova normativa. Sulla base di tali considerazioni, il rigetto della eccezione di incompetenza per valore si impone.

5. - Le parti debbono dunque, risolte le questioni preliminari di rito, essere rimesse, con separata ordinanza, dinanzi all'istruttore, per la prosecuzione dell'istruttoria.

 

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ORDINANZA N. 282 ANNO 1999

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

(...) Ritenuto che nel corso di un procedimento civile, avente ad oggetto l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di fatture insolute relative alla fornitura di energia elettrica, il Giudice di pace dell'Aquila, con ordinanza emessa il 3 novembre 1997, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 35 e 41 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 1469-bis del codice civile, nella parte in cui "definisce consumatore solo la persona fisica e non anche la persona fisica che agisce per scopi imprenditoriali e quella giuridica";

che nel giudizio a quo, come espone in fatto il rimettente, la parte opponente ha contestato l’efficacia della clausola contrattuale di deroga alla competenza territoriale, anche ai sensi dell’art. 1469-bis del codice civile, mentre la parte opposta ha dedotto l’inapplicabilità alla fattispecie di tale norma, dal momento che la società opponente non può definirsi consumatore ai sensi della citata disposizione, che attribuisce tale qualità soltanto alla persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta;

che il rimettente, dopo aver osservato che l’interpretazione letterale della indicata norma induce a restringere l’ambito soggettivo di applicazione della disciplina in esame alle sole persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale, reputa del tutto ingiustificata l’esclusione delle persone giuridiche e delle persone fisiche agenti per scopi imprenditoriali o professionali dalla categoria dei consumatori tutelati dalle norme in questione;

che, in particolare, non avrebbe alcun fondamento, ad avviso del giudice a quo, la scelta del legislatore di limitare la tutela alle sole persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale, essendo in tal modo discriminati gli artigiani, i piccoli imprenditori, gli imprenditori agricoli e le imprese familiari, che pure devono intendersi consumatori;

che tale ingiustificata limitazione determinerebbe quindi per il rimettente non solo una mancanza di tutela del lavoro in tutte le sue forme ma anche la violazione del principio di eguaglianza, in quanto il trattamento differenziato delle categorie di consumatori non sarebbe sorretto da un’apprezzabile ragione di carattere costituzionale;

che si è costituita nel giudizio innanzi alla Corte la parte opposta del giudizio a quo, concludendo per l’inammissibilità o, comunque, per l’infondatezza della questione;

che, in particolare, ad avviso della detta parte, la questione sarebbe inammissibile, in quanto il contratto contenente la clausola di deroga alla competenza territoriale è stato concluso in data 15 febbraio 1986, con la conseguente inapplicabilità della disciplina sopravvenuta, posto che l’art. 10, comma 1, della direttiva 93/13/CEE, di cui la legge n. 52 del 1996 costituisce attuazione, stabilisce l’applicabilità delle relative disposizioni ai contratti stipulati dopo il 31 dicembre 1994;

che la questione sarebbe comunque infondata, poiché il legislatore italiano ha integralmente recepito i criteri enunciati nella direttiva, non ritenendo, in forza di proprie scelte discrezionali insindacabili, di estendere la disciplina a soggetti diversi;

che la pretesa disparità di trattamento tra il consumatore e l’imprenditore sarebbe del tutto insussistente, in considerazione della diversità ontologica delle situazioni in cui tali soggetti versano, la cui parificazione anzi darebbe luogo a profili di incostituzionalità;

che ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l’infondatezza della questione;

che, ad avviso della difesa erariale, la nozione di consumatore è riferibile soltanto alla persona fisica che agisce per il soddisfacimento di propri bisogni di vita e quindi al di fuori di un’attività di carattere speculativo o di un'attività produttiva di reddito;

che la tutela è ragionevolmente esclusa rispetto a quelle attività dirette alla realizzazione di un profitto o di un reddito, "in quanto il soggetto economico può, in relazione all’aumento di costi derivanti dall’onerosità della clausola accettata, riversare sul prezzo delle sue prestazioni e quindi " sul mercato " il danno subito";

che pertanto la scelta del legislatore non solo è dotata di logica razionale, ma non risulta nemmeno punitiva del diritto al lavoro, né lesiva del diritto d’impresa;

che in prossimità dell’udienza la difesa della parte privata ha depositato memoria illustrativa, chiedendo che sia disposta la restituzione degli atti al giudice a quo, perché verifichi la effettiva data di stipulazione del contratto, peraltro erroneamente indicata nell’ordinanza, ed integri la motivazione sulla rilevanza della questione sotto il profilo temporale.

Considerato che, come risulta dagli atti del giudizio a quo, la data di stipulazione del contratto di somministrazione di energia elettrica, contenente la contestata clausola di deroga alla competenza territoriale, risale all’anno 1986;

che detto contratto era in corso allorché è entrato in vigore l’art. 25 della legge 6 febbraio 1996, n. 52 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee - legge comunitaria 1994), la quale, in attuazione della direttiva 93/13/CEE concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, ha disciplinato i contratti del consumatore, introducendo gli artt. 1469-bis e seguenti del codice civile;

che quindi il rimettente avrebbe dovuto preliminarmente verificare l’applicabilità della suddetta disciplina al contratto in questione, essendo subordinata a tale positivo accertamento la rilevanza stessa della prospettata questione di legittimità costituzionale;

che, invece, l’ordinanza di rimessione è del tutto priva di motivazione sul punto, poiché la rilevanza della questione è solo apoditticamente affermata, senza l’esplicitazione, sia pure sommaria, delle ragioni che diano conto dell’effettuata verifica del citato profilo preliminare, relativo all’applicabilità della norma impugnata alla fattispecie sottoposta all’esame del rimettente;

che la questione deve pertanto dichiararsi manifestamente inammissibile.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 1469-bis del codice civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 35 e 41 della Costituzione, dal Giudice di pace dell’Aquila con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 1999.

Depositata in cancelleria il 30 giugno 1999.

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